L’amore fatale del capitalismo per la plastica

Perché riciclare è sempre stata una falsa soluzione all’inquinamento da plastica.

È tra gli anni 50 e 60 che la plastica, primo materiale completamente sintetico derivato dal petrolio, si impone come bene di largo consumo grazie alla sua economicità, praticità e duttilità. Trova infatti fiorente applicazione nel settore tessile, della moda, dell’arredamento, dei casalinghi, dei giocattoli ed entra nell’immaginario dello “stile di vita moderno” fondato sui consumi e la sostituzione. La cultura contadina del riutilizzo viene così soppiantata. Da quel momento la plastica diventa uno dei mezzi preferiti dell’economia capitalista per spingere i consumi alle stelle e ricavarne profitti illimitati

Negli anni 70 si cominciavano a vedere le prime conseguenze ambientali dovute ai rifiuti plastici generati e negli USA iniziavano i primi tentativi di raccolta e riciclo. E’ emerso recentemente che quell’epoca i grandi produttori di plastica fossero già consapevoli che la pratica del riciclo difficilmente avrebbe potuto affermarsi su larga scala e evitare che la plastica divenisse un rifiuto inquinante in breve tempo. Ma questa consapevolezza si scontrava allora come oggi con le immense opportunità di guadagno che questo materiale prospettava. Le preoccupazioni riguardo alla generazione di rifiuti e ai danni ambientali dovevano farsi da parte.

Il riciclo e le campagne di disinformazione delle multinazionali

Per questo dagli anni 80 in poi i grandi produttori di petrolio e plastica hanno investito in campagne di comunicazione multimilionarie per assicurarsi che ai consumatori arrivasse il messaggio che la plastica fosse un materiale facilmente riciclabile, che bastasse fare una corretta raccolta differenziata per tenerla lontano dalla discarica e dall’ambiente. Senz’altro un’abile operazione di lavaggio collettivo di coscienza. Più o meno tutti, infatti, abbiamo continuato ad acquistare a ripetizione prodotti confezionati in accattivanti e colorati imballi e le nostre acque minerali preferite nelle loro belle bottiglie trasparenti, certi di aver salvato il pianeta quando la sera trasciniamo il sacco giallo fuori dalla porta.

Eppure oggi, quando troviamo le spiagge invase da pezzi di plastica di ogni grandezza, forma e stato di degradazione, quando leggiamo che sono state trovate tracce di plastica sui ghiacciai delle montagne e ai poli, nelle profondità degli abissi oceanici, nei suoli, nell’acqua, nell’aria, negli animali e dentro noi stessi con tutto il carico di sostanze tossiche di cui è costituita, non possiamo evitare di percepire un forte corto circuito interiore.

Ph Valeriano Milo

Vedere la magnificenza della natura e di tutti gli esseri avvilita e umiliata dalla proliferazione della plastica è così disturbante che è difficile non provare delle sensazioni negative: rabbia, sconforto, avvilimento, impotenza, confusione. Forse è capitato a molti di noi.

Allora cosa è andato storto? Qual è la realtà delle cose attorno al mondo della plastica?

Come stanno realmente le cose

Una deduzione appare abbastanza semplice: se la plastica fosse davvero così facilmente riciclabile, se una bottiglia di plastica una volta gettata e riciclata potesse veramente tornare a essere una bottiglia dello stesso valore della prima e generare di nuovo lo stesso profitto, allora si potrebbe stare certi che tutti, produttori in prima fila, si farebbero in quattro per recuperare fino all’ultimo pezzo di plastica vagante.

Ma la realtà purtroppo è un’altra: la plastica (anzi le plastiche, considerata la varietà di polimeri sul mercato) è un materiale difficile da riciclare. Soprattutto riciclarla è costoso: è costosa la tecnologia necessaria, è costosa la raccolta, la pulizia e la separazione delle diverse tipologie (alcune non si riciclano per niente e vengono direttamente dirottate agli inceneritori o in discarica). E alla fine di tutto questo processo la materia prima seconda ottenuta non ha le stesse caratteristiche della plastica vergine. Questo perché la plastica si degrada perdendo di qualità, tanto da essere destinata a impieghi di valore inferiore (si dice downcycling in gergo).

E poi le leggi del mercato fanno il resto: la plastica riciclata, quando il costo del petrolio è basso, finisce per essere più costosa della plastica vergine, con una qualità nettamente inferiore. A meno di incentivi e sussidi statali insomma, il gioco sembra non valere la candela. Su un mercato saturo di plastica, quella riciclata ha pochi impieghi e un valore molto basso.

E tutto questo vale per i paesi ricchi che si possono permettere le costose tecnologie necessarie per il riciclo della plastica. Ma in tutti i paesi poveri in cui non c’è l’ombra di tali impianti, le multinazionali non si fanno scrupoli a sommergere le popolazioni con la loro plastica e a scaricare qualsiasi responsabilità riguardo al recupero e al riciclo. Non ci possiamo meravigliare dunque se fiumi di plastica finiscono in mare da questi paesi.

Perché è il momento di rinunciare alla plastica

Trovo personalmente quantomeno sarcastico che ancora oggi di fronte a tale catastrofe ambientale la comunicazione ufficiale, le istituzioni politiche, e gli altri attori della filiera del riciclo sappiano soltanto continuare a ripetere dell’importanza della differenziata e del riciclo. E questo solo per una questione di auto-conservazione e di interessi particolari.

Mai che si dica l’unica cosa sensata che va detta: che dobbiamo ridurre drasticamente il consumo di plastica (e in generale tutti i consumi), e che la plastica prodotta da petrolio e gas deve essere messa fuori produzione, almeno per tutti gli impieghi di imballo usa e getta. 

Se non bastassero tutte queste ragioni per decidere subito di rimuovere la plastica dalla nostra vita, possiamo anche ricordare che per le società contemporanee svincolarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili (petrolio, gas, carbone) è un’esigenza prioritaria al fine di mitigare gli effetti disastrosi del cambiamento climatico.

Tutto il ciclo di vita della plastica (estrazione fonti fossili, raffinazione, produzione, trasporto, smaltimento) ha un peso in termini di emissioni pari a oltre 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni annuali di 189 centrali a carbone (dati studio americano CIEL). Entro il 2050, stando agli attuali trend di crescita, le emissioni prodotte dal ciclo della plastica rappresenteranno almeno il 14% del budget di carbonio che ci rimane da consumare per poter rimanere sotto la soglia critica di innalzamento della temperatura di 1,5°C. (Leggi qui il nostro articolo sulla relazione tra cambiamenti climatici e la plastica)

Un futuro senza plastica

E’ urgente dunque che ci sia un maggior impegno alla riduzione dell’uso di plastica. In primis da parte delle istituzioni che hanno il dovere di penalizzare quelle  aziende e multinazionali  che non  si assumono la responsabilità di ridurre l’uso della plastica, preferendo altri tipi di materiali quali il vetro con il sistema del vuoto a rendere. 

In secondo luogo è necessario che le istituzioni  prevedano azioni per sensibilizzare i cittadini a diminuire i consumi capovolgendo l’inganno del  “riciclo quindi consumo”. E’ provato che il senso di colpa di chi consuma troppo è mitigato dall’idea che i rifiuti si riciclano.

Se insomma qualcuno pensasse ancora che è possibile risolvere il problema della plastica e in generale dei cambiamenti climatici rimanendo all’interno di questo modello di consumo usa e getta con la scusa del riciclo, o è un pazzo incosciente senza cognizione della realtà o è un avido e disumano capitalista.

Articolo di Daniela Tramacere

Immagine di copertina di Rifiuti Speciali

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Redazione Mobius Circle
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